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Feste di paese a S. Ilario, di nuovo

 FESTE DI PAESE A S. ILARIO, DI NUOVO



Continua il mio tour fra i ristoranti di Festa S. Ilario:
ristorante Emiliano. 

Vado tranquilla, credo di sapere cosa mi aspetta. I piatti
nostri, quelli di casa, fatti a memoria da mani sicure di sé. Insomma, la
nostra Emilia nel piatto, esattamente quello che il menù mi promette. 

Invece,
ancora una volta, la tradizione mi stupisce perché ogni mano che la tratta, sa
ricavarne note uniche. 

Mi danno il benvenuto i tortelli: pasta sottile, erbette
che si mostrano in trasparenza, un delicato abbraccio nel burro e un ottimo
Parmigiano a completamento. Di fianco trovo gli stessi tortelli con il
soffritto. E qui inizio ad apprezzare la novità. Avverto il sapore ma non la
pesantezza del soffritto, mi piace. La tradizione è assicurata con l’occhio
aperto al modo di nutrirci di oggi, che ci sazia senza appesantirci. 

Arriva la
lasagna, morbida, compatta, esatta, i cinque strati ci sono tutti, li ho
contati! 

Poi i tortiglioni? Che ci fanno? Spezzano la tentazione di dare i
piatti per scontati e ci fanno apprezzare i prodotti della nostra regione con
il guanciale di Mora romagnola. Buono davvero, fresco, giovane. 

E poi eccoli
qua. Li aspettavo. I cappelletti. Mi viene da salutarli, perché li ho già
conosciuti quando sono stati confezionati, qualche giorno fa, alle 3 del
pomeriggio, in piedi, da uno stuolo di signore che li fa da sempre. Sono
bellissimi, uno diverso all’altro perché ognuna di loro “sa” come si chiudono,
ed è questo che amo. Il brodo accoglie tutti, non c’è diversità che non vi
trovi una rassicurante accoglienza. E per gli snob che potrebbero affermare che
i cappelletti in brodo non sono piatto estivo, replico con sicurezza che sono i
piatti come questo che segnano il tempo e lo trasformano da tempo quotidiano a
tempo della festa. Quale delle nostre case affronterebbe una festa senza un
piatto di cappelletti? E qui di festa si tratta, anche se festa grande, di
paese. 

Continuano i secondi: guancialini a prova di forchetta, basta quella per
dividerli, la morbidezza è garantita; lo spiedone di Fassona piemontese, novità
dell’anno. Vado per sintesi: ottima qualità, si scioglie in bocca, cottura
perfetta ma perfetta davvero, rispettosa del tipo di carne, ne mantiene la
burrosità e ti sorride dal piatto con il rosa che compare al taglio. Bella
idea, fresca. In Emilia siamo carnaioli. 

Infine, i dolci. Quando c’è lei non
riesco ad ordinare altro: la zuppa inglese. Questa è una signora zuppa inglese,
bella, a strati definiti, le creme leggere, la giusta dose di Alchermes (non
amo quelle che danno alla testa e spengono tutti i sapori). 

Che dire? Emilia
ben rappresentata, tradizione che sa camminare, migliorarsi. Il servizio è
stato davvero garbato, disponibile. 

Anche oggi tanti giovani guardati con
discrezione alle spalle dai volontari più esperti. Che bello questo tutoraggio
che ti apre al servizio senza lasciarti solo. Mi guardo attorno. Ai tavoli sono
sedute tante famiglie, generazioni diverse, una mamma passeggia cullando il suo
bimbo di pochi mesi. Brava, è così che si formano i gusti, rendendone familiari
i profumi fin dalla più tenera età. 

Sono stata molto bene. Tanto. Un solo
avvertimento, per onestà lo devo dire. Occhio alle porzioni. Sono porzioni da
mamma emiliana, che si premura che tu abbia mangiato, abbia mangiato a sazietà
e a cui non importa stare in cucina al caldo pur di vederti felice. No, non vi
alzerete con la fame. 

Viva mamma Emilia, evviva i suoi cuochi!

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