No, non sono stata in Romagna, almeno di recente. Ci sono stata al mare, da piccola, qualche volta con i miei figli, ho visitato Ravenna, ho mangiato gli strozzapreti e le piadine.
Della cucina di Romagna sono però innamorata.
Veramente sono innamorata di tutta la cucina.
Non smetterò mai di dirlo, di cercare, di imparare, di conoscere, di emozionarmi quando qualcuno mi regala una ricetta, di conservare fogli e foglietti, di tenere un’agenda vicino al televisore per cogliere al volo un’idea (i crescioni vengono appunto dalla tele), una proposta, di pormi in un atteggiamento di pudore davanti a una ricetta, a un modo di cucinare, il pudore di chi si sente ammesso alla soglia della storia di una persona, di una famiglia, di un paese.
Perché il nostro modo di avvicinarci al cibo, di cucinare, parla di noi, di quanto ci stiamo bene o un po’ meno bene a questo mondo, di quello che abbiamo alle nostre spalle e di quanto speriamo per il nostro futuro.
Di quanto ci sentiamo costretti nelle nostre giornate o sappiamo alzare la bacchetta e comporre sinfonie meravigliose e avvolgenti con gli ingredienti che la vita ci propone.
A partire dalla semplicità delle nostre cucine.
Qualche anno fa, quando abbiamo cambiato la cucina, abbiamo visitato diversi negozi di arredamento. Ricordo ancora un’ arredatrice che ci disse che tutto sommato in una cucina non ci si vive più e che si poteva fare a meno anche del tavolo perché non è più attuale apparecchiare, stendere la tovaglia…
Prego?
Sarebbe a dire che non è più attuale il saperci fermare, il gustare la vita attraverso i sensi, il creare legami di amore, comporre scontri o acuirli, scendere nel cuore di chi hai davanti attraverso i suoi occhi, aprirsi alla vera intimità condividendo il cibo, cosa che ci scopre agli occhi degli altri più di un abito lasciato scivolare con troppa fretta.
Sarebbe a dire che non è più attuale dare attenzione a chi abbiamo davanti o a noi stessi, tirare fuori un ricettario e preparare qualcosa di bello e di buono solo per noi o per la nostra famiglia perché a fatica la vita ci ha insegnato che meritiamo di volerci bene e che vogliamo trasmettere questo insegnamento a chi abbiamo vicino, alla nostra tavola, tutti i giorni o anche solo occasionalmente.
Non ho comprato la cucina nuova da questa ragazza.
Alla morte dei miei genitori quello che mi sono portata da casa sono state poche cose: una loro maglia, per poter continuare a sentirne il profumo e il libro dell’ Artusi di mio padre.
E’ il libro che regalerò a mia figlia quando avrà una casa sua perché il passarcelo di mano in mano non significhi passarci delle ricette ma passarci il nostro amore per la vita, per la nostra famiglia, la gratitudine per il quotidiano, per i luoghi semplici come le cucine dove ogni giorno si compie il miracolo di nutrirsi a vicenda con del cibo e con se stessi, con la propria presenza.












